Estratto da "L'Espresso" del 17 Gennaio 2008 di Daniela Minerva
"Era il peggiore momento della mia vita: mi muovevo tra tre città, mio padre aveva appena avuto un infarto, avevo appena cambiato compagno, avevo persino qualche guaio giudiziario. E 21 anni." E, nella confusione, si sbagliano anche i test: così il primo risulta negativo e lei pensa a un ritardo. Poi il secondo: positivo. Il tempo stringe. Corre a fare l'ecografia, ormai verso la decima settimana, e l'ecografista le mostra il cuore, spiega dove sono gli organi. "Non te lo dimentichi più, continui a rimuginare su quella foto. Oggi avrebbe sei anni: chissà come sarebbe?" Può capitare, all'improvviso nel peggiore momento possibile: disorientamento, paura, i genitori, anziani, contrari all'aborto, il compagno, troppo giovane, che non ne vuole sapere. Con un peso sul cuore che non puoi sopportare, a 21 anni. Sei talmente piccola a quell'età a trovarti in guaio senza sapere perchè. Ma anche allora, alla ragazza con cui stiamo parlando, non sfuggiva che: "Mettere al mondo un bimbo in una situazione così complicata significa creargli sin da subito dei problemi." [...] E alla madre che, invece "Mi diceva che se lo avessi fatto, sarei stata una persona migliore. Ma si può fare un figlio per raddrizzare la propria vita? Non è una cosa orribile?"
Due figli, 38 anni: restare incinta, per la terza volta, dopo 13 anni di matrimonio, senza averlo programmato sembra impossibile. Non si può dare la colpa all'ingenuità, all'ignoranza. Però accade. Magari perchè, dopo 13 anni e con una vita senza fiato tra lavoro, scuole, doposcuole, pediatri e palestre, tra ore nel traffico e cene in compagnia del Tg, resta, per sentirsi vivi, solo lo spazio dell'intimità. Che, poi, non è più così intenso, ma ci manca solo di appesantirlo con interrogativi sul ciclo dell'ovulazione o la richiesta di un'altra barriera alla fusione di coppia. Sono passati cinque anni e la persona che ce lo racconta, comincia solo ora a ricostruire quello che lei definisce "la cosa più terribile che possa capitare a una donna": essere costretta a decidere che quel figlio che porta in sè, a differenza degli altri, non ha diritto di nascere. Sta scegliendo tra un figli oe l'altro, e lo fa perchè dentro di lei non c'è altro spazio, perchè deve salvaguardare sè e il benesseredei suoi figli; non imporre rinunce, malumori, turbamenti a cui lei non riuscirebbe a far fronte. E il dolore di quella scelta, ci dice oggi: "E' inaudito. Non finisce mai. Perchè ti sentirai per sempre una madre inadeguata, debole, incapace; e, in fondo, una madre assassina." [...] Ma non c'erano alternative, inutile discuterne. La mia vita era un inferno: lavoro, figli, famiglia e adesso si è anche ammalato mio suocero. Il tutto nel traffico di Roma. Non potevo avere un'altro bambino, non avrei retto. So che leggendo, magari qualche anima bella penserà che altre ce l'hanno fatta con tre, quattro figli. Buon per loro. Essere madre non è un sacrificio. E' una gioia. Se si scatena il demo ne del non posso, vuol dire che non devi.
Essere madre non è un sacrificio. E' una gioia. Se si scatena il demone del non posso, vuol dire che non devi.
31 anni e un progetto in testa: una famiglia. Infranto da un'ecografista molto bravob Bravo da vedere quello che i nostri occhi non vedono nel tracciato degli ultrasuoni: gli organi addominal idel bambino non sono racchiusi da nulla, sono duoi dal corpo. Panico. Questa condizione è spesso legata ad anomalie cromosomiche associate con deficit mentali. "Quel figlio l ovolevamo, ma non potevamo rischiare." E la diagnosi prenatale ha mostrato che il bimbo sarebbe stato handicappato grave pieno di problemi di salute. "Tutti quei discorsi su quanto è bello crescere una creatura così sfortuna sono discorsi sa salotto, chi li fa non sa cosa significhi o è una santa, magari benestante. La realtà è che sei solo, che non ci sono servizi, che i costi sono insostenibili."
sabato 2 febbraio 2008
La 194 non si tocca.
La legge 194 sulla regolazione dell'interruzione di gravidanza è una legge giusta e sacrosanta, che non deve essere toccata.
I motivi sono molteplici.
Il proibizionismo non è mai una soluzione giusta e vantaggiosa. Vietare a tutti, indipendentemente dalla storia che ogni individuo si porta dietro, di fare qualcosa è sempre dannoso e non farebbe altro che costringere tale individuo a ricorrere a strade alternative per riuscire nel proprio scopo.
Chi vorrebbe eliminare tale legge crede di poter eliminare automaticamente anche la pratica dell'aborto. E' solo una utopia. L'aborto è sempre esistito e sempre esisterà, la 194 è lì solamente per regolarizzare tale scelta e aiutare le donne, che per vari motivi decidono di ricorrere all'aborto, ad avere assistenza, conforto, persone con cui parlare e con cui, eventualmente, decidere di partorire. Sopprimere la 194 non porterà a una diminuzione del numero di aborti ma costringerà le donne a ricorrere ad aborti clandestini, in segreto, magari con forti rischi per la propria incolumità e incrementando un mercato illegale, che proprio grazie a questa legge è stato fortemente ridimensionato.
Ogni persona è diversa. Ogni uomo ha una propria storia, vive una vita che non è la stessa del resto dell'umanità. Creare una legge che vieti od oblighi tutte le persone a fare (o non fare) qualcosa strettamente legato alla propria vita è sbagliato e immorale. Ogni persona deve avere la libertà di scegliere che cosa è meglio per la propria vita e per quella del figlio che sta aspettando. Perchè se è vero che abortire è una pratica estremamente dolorosa, a volte è necessaria anche per non costringere il figlio a dover vivere in una condizione di vita estremamente complessa per lui. A volte, partorire diventa un gesto di egoismo.
sabato 26 gennaio 2008
Satira - Dario Fo
Intervento di Dario Fo, contenuto nel blog di Daniele Luttazzi www.danieleluttazzi.it
C'è solo da imparare.
"In questi giorni nei vari articoli apparsi sui quotidiani a commentare la censura di cui è stato vittima Daniele Luttazzi, si sono susseguiti a iosa termini come “buongusto”, “stile”, “opportunità”, “decenza”, “trivialità”, ecc..
All’istante, di contrappunto mi sono venute in mente caterve di espressioni e situazioni scurrili a dir poco feroci, impiegate da maestri storici della satira, a cominciare da Mattazzone da Calignano, grande giullare lombardo del XIII secolo, che, in un suo fabulazzo sulla lamentazione dell’uomo per la pena che Dio ha imposto a lui e alla sua femmina, elenca le fatiche e le mortificazioni nonché i continui flagelli e morbi a cui le creature umane sono sottoposte fin dalla creazione. Il Padreterno si lascia convincere dalle invocazioni dell’uomo e, ipso facto, decide di creare a suo vantaggio il villano, che lo servirà “in ogni bisogna” al par d’uno schiavo. In quell’istante passa di lì un asino e il creatore con un gesto della sua mano santa lo ingravida. Al nono mese, preannunciato da “un trempestar tremmendo de fulmini e saiette, de la panza de l’anemal, traverso el so’ cul de lü, sbotta de fora ol vilan spussento, tüto empastao de merda sgarosa e: stralak! Sto cul sforna criante ol servante creat da Deo. Una piova sbatente se spraca contra el corpazon del vilan scagazzao spussente, perché se faga cosiensa de la vita de merda che ve se presenta. ‘Da po’ che l’è nato egnudo’ ordena el Segnor ‘deghe un para de brache de canovasso crudo, brache spacà in del messo e dislassà, che no’ debbia pert tropp tempo in del pissà!’.”
Subito appresso mi appare Bescapè, un contemporaneo di Mattazzone da Calignano, che ci accompagna, mezzo secolo prima di Dante, nell’Inferno, dove personaggi ben noti della società del tempo vengono immersi a testa in giù nello sterco fumante, costretti a compiere gargarismi, trillando in gola secchiate di escrementi prodotti da animali fra i più fetenti.
E poi ancora vedo scorrere i milanesi longobardi sconfitti da Carlo Magno, che un anonimo fabulatore descrive costretti dall’Imperatore a “nettar co’ la lengua l’arco treonfal, costruit da lori mismi a onor da lu venzedor franzoso. Sü l’arcon tüti i soldat de Carlo gh’hann pissat sovra per una jornada entera e anco smerdao con cüra. Das po’ a ognün de’ Longobar fue ordenat de catar rospi, ratti e pantegan de fogna, e cusinarseli per far gran banchetto. I poverazz, boni cosiner con erbe parfumate, hann insaporit i boccon del pasto, engorgià tuto con gran fatiga e despo’ all’entrassat, tuto ch’avien magnat, gh’hann vomegado fora. L’emperador, desgostà, l’ha criat: ‘Ma cos’è ‘sta porcaria? No’ voi védar per le mee terre ‘sto vomegame! Lecadevelo subetamente e che tuto sia ben polido!’. Oh ch’el regal potestà!”.
Di certo si tratta di brani poco noti, che però Dante Alighieri ben conosceva per averli addirittura raccolti nel suo De Vulgari Eloquentia. Attraverso queste testimonianze, è risaputo, il sommo poeta, insieme ad altri autori che l’hanno preceduto, costruì il nuovo linguaggio, o Dolce Stil Novo, che ognuno di noi impara a considerare la base assoluta della nostra cultura.
Lo stesso Dante usa immagini similari per colorare di veemente indignazione la presenza di certi notissimi personaggi in cui incappa nell’infernale viaggio osceno. “A chi servirà quel buco vomitante fuoco?” chiede il tosco poeta a Virgilio. E quegli risponde: “Là dentro verrà fra poco infilato testa in giù, un Pontefice che ben merita di starsene a cottura lenta e le natiche al vento a sbattacchiar gambe al par d’un forsennato!”. Quel Pontefice è nientemeno che Bonifacio VIII, quello che incarcerò, costringendolo a vivere incatenato tra le proprie feci, Jacopone da Todi che si era permesso di insultare il Santo Padre in questione urlandogli: “Ahi! Bonefax! Hai iogato ben lo munno! Ahi! Bonefax! Che come putta hai traito la Ecclesia!” cioè, come una puttana hai ridotto la Chiesa!
Oggi, si sa, nessun cardinale si permetterebbe di porre mano pesante su questi scritti... è questione di opportunità e stile... oggi!
Ma di certo vi farà sussultare di stupore scoprire che anche il santo giullare Francesco di Assisi spesso si lasciasse andare a espressioni di un linguaggio azzardato, per non dire sconveniente. Infatti in una delle storie testimoniate da suoi seguaci, si racconta che un giovane discepolo un giorno si recò da lui disperato, sconvolto, giacché continuava ad apparirgli un orrendo demonio che lo tormentava con lusinghe e minacce, perché si lasciasse indurre nel peccato. Francesco, dopo averlo ascoltato, da autentico giullare quale era, disse al suo tormentato fratello: “Sai che debbi fare? Quando verrà l’enfame demonio, tu digli spietato: ‘Veneme appresso che eo te abbranco per l’orecchi, ti vo’ a spalancà la bocca e in quella ci caco dentro tutto lo smerdazzo che me riesce d’emprignatte!’. Così il giovine seguace repetette a lu demonio quella menaccia che Francesco li avea soggerita: ‘Te vo’ cacando in la bocca finché t’annego de merdazzo!’ Quello diavolo, preso de lo terrore, fuggì, annanno a sbatte contro rupi de le montagne che se sgretolaveno, come sotto tremmamoto, e tutto lo covertirno, seppellennolo per l’intero.”.
È inutile sottolineare che di questa leggenda non si trova traccia nella versione ufficiale della vita di Francesco, quella riscritta quarant’anni dopo da fra Bonaventura da Bagnoreggio, eletto a generale dell’ordine dalla Chiesa di Roma, che censurò l’originale, anzi lo distrusse addirittura mandandolo alle fiamme.
Ma quello di mascherare le notizie e le testimonianze che danno impaccio alle elegie è cosa di tutti i giorni da sempre. Al contrario spesso si scelgono bell’apposta, come nel caso di Luttazzi, le espressioni e i lazzi satirici palesemente scurrili e si mettono in bella mostra allo scopo di abbassare il livello di dignità dell’autore. Conosciamo bene questa pratica davvero ipocrita e furbesca: ti si accusa di usare forme oscene di linguaggio per censurarti o addirittura eliminarti dalla scena.
A me e a Franca è accaduto con Canzonissima quando ci permettemmo di parlare di morti bianche sul lavoro e della mafia criminale. Nessuno, fino ad allora, sto parlando di quarant’anni fa, aveva mai trattato l’argomento. Anche in quell’occasione, fra le tante accuse, quali quella di buttarla in politica, ci si scaraventò addosso anche l’accusa di scurrilità e di non rispettare il comune sentire degli spettatori.
Luttazzi non a caso stava preparando una puntata sull’enciclica del Pontefice. Come eliminarlo senza mettere in primo piano l’autentico soggetto? Si fa la carambola: si spara su un bersaglio laterale per poterti di rimando colpire in piena fronte o, se volete, in piene chiappe. A parte che un bersaglio come Ferrara, è così generoso, da non potersi sbagliare!
Esulta, mio caro Daniele! Così ti hanno eletto a classico della satira, e anche della letteratura! Complimenti! "
All’istante, di contrappunto mi sono venute in mente caterve di espressioni e situazioni scurrili a dir poco feroci, impiegate da maestri storici della satira, a cominciare da Mattazzone da Calignano, grande giullare lombardo del XIII secolo, che, in un suo fabulazzo sulla lamentazione dell’uomo per la pena che Dio ha imposto a lui e alla sua femmina, elenca le fatiche e le mortificazioni nonché i continui flagelli e morbi a cui le creature umane sono sottoposte fin dalla creazione. Il Padreterno si lascia convincere dalle invocazioni dell’uomo e, ipso facto, decide di creare a suo vantaggio il villano, che lo servirà “in ogni bisogna” al par d’uno schiavo. In quell’istante passa di lì un asino e il creatore con un gesto della sua mano santa lo ingravida. Al nono mese, preannunciato da “un trempestar tremmendo de fulmini e saiette, de la panza de l’anemal, traverso el so’ cul de lü, sbotta de fora ol vilan spussento, tüto empastao de merda sgarosa e: stralak! Sto cul sforna criante ol servante creat da Deo. Una piova sbatente se spraca contra el corpazon del vilan scagazzao spussente, perché se faga cosiensa de la vita de merda che ve se presenta. ‘Da po’ che l’è nato egnudo’ ordena el Segnor ‘deghe un para de brache de canovasso crudo, brache spacà in del messo e dislassà, che no’ debbia pert tropp tempo in del pissà!’.”
Subito appresso mi appare Bescapè, un contemporaneo di Mattazzone da Calignano, che ci accompagna, mezzo secolo prima di Dante, nell’Inferno, dove personaggi ben noti della società del tempo vengono immersi a testa in giù nello sterco fumante, costretti a compiere gargarismi, trillando in gola secchiate di escrementi prodotti da animali fra i più fetenti.
E poi ancora vedo scorrere i milanesi longobardi sconfitti da Carlo Magno, che un anonimo fabulatore descrive costretti dall’Imperatore a “nettar co’ la lengua l’arco treonfal, costruit da lori mismi a onor da lu venzedor franzoso. Sü l’arcon tüti i soldat de Carlo gh’hann pissat sovra per una jornada entera e anco smerdao con cüra. Das po’ a ognün de’ Longobar fue ordenat de catar rospi, ratti e pantegan de fogna, e cusinarseli per far gran banchetto. I poverazz, boni cosiner con erbe parfumate, hann insaporit i boccon del pasto, engorgià tuto con gran fatiga e despo’ all’entrassat, tuto ch’avien magnat, gh’hann vomegado fora. L’emperador, desgostà, l’ha criat: ‘Ma cos’è ‘sta porcaria? No’ voi védar per le mee terre ‘sto vomegame! Lecadevelo subetamente e che tuto sia ben polido!’. Oh ch’el regal potestà!”.
Di certo si tratta di brani poco noti, che però Dante Alighieri ben conosceva per averli addirittura raccolti nel suo De Vulgari Eloquentia. Attraverso queste testimonianze, è risaputo, il sommo poeta, insieme ad altri autori che l’hanno preceduto, costruì il nuovo linguaggio, o Dolce Stil Novo, che ognuno di noi impara a considerare la base assoluta della nostra cultura.
Lo stesso Dante usa immagini similari per colorare di veemente indignazione la presenza di certi notissimi personaggi in cui incappa nell’infernale viaggio osceno. “A chi servirà quel buco vomitante fuoco?” chiede il tosco poeta a Virgilio. E quegli risponde: “Là dentro verrà fra poco infilato testa in giù, un Pontefice che ben merita di starsene a cottura lenta e le natiche al vento a sbattacchiar gambe al par d’un forsennato!”. Quel Pontefice è nientemeno che Bonifacio VIII, quello che incarcerò, costringendolo a vivere incatenato tra le proprie feci, Jacopone da Todi che si era permesso di insultare il Santo Padre in questione urlandogli: “Ahi! Bonefax! Hai iogato ben lo munno! Ahi! Bonefax! Che come putta hai traito la Ecclesia!” cioè, come una puttana hai ridotto la Chiesa!
Oggi, si sa, nessun cardinale si permetterebbe di porre mano pesante su questi scritti... è questione di opportunità e stile... oggi!
Ma di certo vi farà sussultare di stupore scoprire che anche il santo giullare Francesco di Assisi spesso si lasciasse andare a espressioni di un linguaggio azzardato, per non dire sconveniente. Infatti in una delle storie testimoniate da suoi seguaci, si racconta che un giovane discepolo un giorno si recò da lui disperato, sconvolto, giacché continuava ad apparirgli un orrendo demonio che lo tormentava con lusinghe e minacce, perché si lasciasse indurre nel peccato. Francesco, dopo averlo ascoltato, da autentico giullare quale era, disse al suo tormentato fratello: “Sai che debbi fare? Quando verrà l’enfame demonio, tu digli spietato: ‘Veneme appresso che eo te abbranco per l’orecchi, ti vo’ a spalancà la bocca e in quella ci caco dentro tutto lo smerdazzo che me riesce d’emprignatte!’. Così il giovine seguace repetette a lu demonio quella menaccia che Francesco li avea soggerita: ‘Te vo’ cacando in la bocca finché t’annego de merdazzo!’ Quello diavolo, preso de lo terrore, fuggì, annanno a sbatte contro rupi de le montagne che se sgretolaveno, come sotto tremmamoto, e tutto lo covertirno, seppellennolo per l’intero.”.
È inutile sottolineare che di questa leggenda non si trova traccia nella versione ufficiale della vita di Francesco, quella riscritta quarant’anni dopo da fra Bonaventura da Bagnoreggio, eletto a generale dell’ordine dalla Chiesa di Roma, che censurò l’originale, anzi lo distrusse addirittura mandandolo alle fiamme.
Ma quello di mascherare le notizie e le testimonianze che danno impaccio alle elegie è cosa di tutti i giorni da sempre. Al contrario spesso si scelgono bell’apposta, come nel caso di Luttazzi, le espressioni e i lazzi satirici palesemente scurrili e si mettono in bella mostra allo scopo di abbassare il livello di dignità dell’autore. Conosciamo bene questa pratica davvero ipocrita e furbesca: ti si accusa di usare forme oscene di linguaggio per censurarti o addirittura eliminarti dalla scena.
A me e a Franca è accaduto con Canzonissima quando ci permettemmo di parlare di morti bianche sul lavoro e della mafia criminale. Nessuno, fino ad allora, sto parlando di quarant’anni fa, aveva mai trattato l’argomento. Anche in quell’occasione, fra le tante accuse, quali quella di buttarla in politica, ci si scaraventò addosso anche l’accusa di scurrilità e di non rispettare il comune sentire degli spettatori.
Luttazzi non a caso stava preparando una puntata sull’enciclica del Pontefice. Come eliminarlo senza mettere in primo piano l’autentico soggetto? Si fa la carambola: si spara su un bersaglio laterale per poterti di rimando colpire in piena fronte o, se volete, in piene chiappe. A parte che un bersaglio come Ferrara, è così generoso, da non potersi sbagliare!
Esulta, mio caro Daniele! Così ti hanno eletto a classico della satira, e anche della letteratura! Complimenti! "
giovedì 24 gennaio 2008
Basta difendere il Papa.
La mancata partecipazione del Papa all’apertura dell’anno accademico alla Sapienza è stata una mossa astuta da parte del pontefice che ha portato a sollevare un inutile, quanto dannoso, muro in sua difesa. I giornali titolavano che il Papa era stato censurato. Che alcuni docenti e studenti gli hanno proibito di presentarsi alla Sapienza. Cazzata. Il Papa si è tirato indietro vigliaccamente (e astutamente) per sua spontanea volontà, perché secondo lui non c’erano le condizioni per partecipare. All’ultimo Angelus, Ratzinger ha avuto il coraggio di invitare “Tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene.” Cosa?
Cioè qualcuno ha liberamente dimostrato, senza violenza, (com’è nel loro diritto), il proprio dissenso per la partecipazione del Papa, lui si è tirato indietro spaventato perché qualcuno poteva non essere d’accordo con il suo pensiero … e siamo NOI a non rispettare le opinioni altrui? Ratzinger avrebbe dovuto prendere atto della protesta e presentarsi comunque alla Sapienza, in nome anche di tutti gli studenti e docenti desiderosi di sentirlo parlare. Non l’ha fatto.
Come al solito la Chiesa non accetta chi la pensa diversamente, si tira indietro ad un confronto e fa la vittima. Le parole del direttore di Radio Maria, secondo cui quei ragazzi che hanno protestato dovrebbero finire all’inferno, la dice tutta.
Cioè qualcuno ha liberamente dimostrato, senza violenza, (com’è nel loro diritto), il proprio dissenso per la partecipazione del Papa, lui si è tirato indietro spaventato perché qualcuno poteva non essere d’accordo con il suo pensiero … e siamo NOI a non rispettare le opinioni altrui? Ratzinger avrebbe dovuto prendere atto della protesta e presentarsi comunque alla Sapienza, in nome anche di tutti gli studenti e docenti desiderosi di sentirlo parlare. Non l’ha fatto.
Come al solito la Chiesa non accetta chi la pensa diversamente, si tira indietro ad un confronto e fa la vittima. Le parole del direttore di Radio Maria, secondo cui quei ragazzi che hanno protestato dovrebbero finire all’inferno, la dice tutta.
Vergognosa poi l’uscita dei politici, sia del Governo che dell’opposizione che hanno dimostrato affetto al Papa e sostegno in questo momento difficile. Il leader dell’UDC Casini ha detto “Siamo qui (in Piazza San Pietro) per dimostrare al Papa il nostro affetto, ma anche per affermare i valori della libertà e dell'identità cristiana in Italia" e aggiunge che in Italia "c'e' un problema di libertà perché un gruppo minoritario di nostalgici delle ideologie del passato" ha impedito a Ratzinger di parlare alla Sapienza. Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Si è tirato indietro lui per paura di un “gruppo minoritario” di contestatori.
Franceschini del PD: “Le basi di uno Stato laico sono la libertà di parola, di pensiero e delle idee altrui. La mia presenza quindi e' un atto di solidarietàal Santo Padre". E ai ragazzi e ai docenti che per dimostrare le loro idee e il loro pensiero sono stati tenuti fuori dalla Sapienza dalle forze dell’ordine e che vengono accusate di censurare il Papa non dimostra solidarietà nessuno?
P.S. 1 – Il Papa ha la sua bella libertà di parola una volta a settimana (per non dire tutti i giorni), dice quello che vuole e giustamente nessuno glielo impedisce. Com’è che se un centinaio di ragazzi dicono la loro, se dei docenti universitari dicono la loro, bisogna chiudergli il becco?
E poi che cavolo c’entra il Papa con l’Università? Ad una trasmissione televisiva, lo psicologo Alessandro Meluzzi ha detto che il Papa è a favore del progresso scientifico in nome del benessere e della salute dell’uomo. Falso. È a favore del progresso scientifico in nome del benessere e della salute dell’uomo CRISTIANO. Non a caso è stato proprio Ratzinger a dire “Se si perde riferimento a Dio le conoscenze della scienza possono diventare terribile minaccia e portare a distruzione del mondo” La scienza non è cristiana! È vero che può essere fatto un uso dannoso delle scoperte scientifiche, ma il metodo di giudizio non è la morale cristiana, ma l’uomo inteso come essere vivente, come animale pensante, come individuo singolo.
P.S. 2 - Basta abusare del termine LIBERTA’. Ma Berlusconi e tutti gli altri politici che da ogni schieramento chiedono costantemente la libertà, hanno la minima idea di che cosa significa essere privati della libertà? Che sia di parola, di idea o libertà di vivere? Nel giorno della Memoria dovrebbe essere proibito l’uso e l’abuso del termine LIBERTA’ all’interno di discorsi politici.
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